Da Le metamorfosi di Ovidio - Libro II
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...Alto era il sole, ormai giunto oltre la metà del suo cammino, quando lei entrò in un bosco inviolato dal tempo dei tempi: qui dalla sua spalla depone la faretra, allenta la tensione dell'arco, e si sdraia sul tappeto erboso del suolo, appoggiando il capo reclinato sulla sua faretra dipinta. Come Giove la vide così stanca e indifesa, si disse: "Di questa tresca certo mia moglie non saprà nulla, e anche se venisse a saperla, vale, vale bene una diatriba!". Subito assume l'aspetto e il portamento di Diana, dicendo: "O vergine, che compagna mi sei fra le compagne, 22 su quali monti hai cacciato?". Dal prato balza la fanciulla e: "Benvenuta, dea," risponde, "che, se anche mi sente, per me sei più grande di Giove!". Sorride lui, divertito nel sentirsi preferito a sé stesso, e la bacia con impeto sulla bocca, con troppo impeto, come non s'addice a una vergine. E mentre lei si accinge a raccontare in quale bosco ha cacciato, la cinge in un amplesso e nel violarla si rivela. Lei si ribella, sì, per quanto almeno può fare una donna (o se tu l'avessi vista, Saturnia, saresti più comprensiva!); si ribella, sì, ma quale fanciulla o chi altro mai potrebbe vincere il sommo Giove? In cielo ritorna vincitore Giove, mentre lei ora odia quei boschi e quegli alberi che sanno; e fuggendo di lì quasi si scorda di raccogliere la faretra con le sue frecce e l'arco appeso a un ramo. Ed ecco che mentre, fiera della selvaggina uccisa, s'inoltra col suo séguito fra i gioghi del Mènalo, la dea di Ditte la scorge e, riconoscendola, la chiama. Quella al suo nome fugge, temendo sul momento che in lei si nasconda Giove; ma poi, quando vede che al suo fianco compaiono le ninfe, si rende conto che non c'è inganno e si unisce a loro. Ahimè, com'è difficile non tradire la colpa con lo sguardo! Leva appena gli occhi da terra; non si pone come un tempo al fianco della dea; non è più la prima davanti a tutte; ma tace e arrossendo rivela l'infamia subita. Se non fosse stata vergine, da mille segni avrebbe potuto intuirne Diana la colpa; l'intuirono le ninfe, pare. Per il nono mese rinasceva in cielo la falce della luna, quando a caccia la dea, spossata dalla vampa del fratello, trovò un bosco freschissimo, dal quale mormorando, fra granelli di sabbia impazziti, zampillava a valle un ruscello. Il posto le piacque, e con la punta del piede saggiò l'acqua; anche questa le piacque e allora disse: "Qui non ci vede nessuno: immergiamoci nude in queste limpidi correnti". La fanciulla di Parrasia arrossì. Tutte si tolgono le vesti: lei sola prende tempo, ma mentre indugia viene spogliata e, quando è nuda, il suo corpo mette in luce la colpa. Smarrita lei si affanna a nascondere il ventre con le mani: "Via di qui!" le grida Cinzia; "non profanare questa fonte sacra!" e le impone di abbandonare il suo séguito. Da tempo la moglie del gran Tonante era al corrente della cosa, ma aveva rimandato di trarne vendetta alla giusta occasione. Ormai non c'era più motivo d'attendere: alla rivale (altro colpo inferto a Giunone) è già nato un bambino: Arcade. Appena a ciò volse, puntando gli occhi, il cuore esasperato: "Mancava solo questo, svergognata," si sfogò, "che tu restassi incinta, che partorendo rendessi nota a tutti l'offesa e testimoniassi l'indegna azione del mio Giove! Non potrai sfuggirmi: ti toglierò questa figura di cui ti compiaci, sfacciata, e per la quale piaci a mio marito!". Disse e, affrontandola, l'afferrò davanti per i capelli e la gettò bocconi a terra. Lei tendeva le braccia implorando: ma ecco che pian piano le braccia si coprono di peli neri; le mani si curvano e, crescendo in artigli adunchi, fungono da piedi; il viso, che aveva un tempo incantato Giove, si deforma in fauci mostruose. E perché non piegasse nessuno con suppliche e preghiere, le è tolto l'uso della parola: dalla sua gola rauca esce solo un ringhio di rabbia minacciosa, che incute paura. Anche se mutata in orso, conserva l'anima di un tempo 23 e, manifestando con gemiti incessanti il suo dolore, leva al cielo, alle stelle le mani, o quello che sono, e, costretta a tacere, avverte in sé l'ingratitudine di Giove. Ah, quante volte, temendo di sostare nel recesso dei boschi, torna a vagare davanti alla casa e nei campi ch'erano suoi! Ah, quante volte, inseguita tra le rocce dal latrato dei cani, fugge atterrita, lei, la cacciatrice, per fobia dei cacciatori! Se vede una belva, spesso si nasconde scordandosi chi era, e pur essendo un'orsa, si spaventa se scorge un orso sui monti, ha terrore dei lupi, sebbene un lupo fosse suo padre. Ed ecco apparire, sul punto di compiere quindici anni, Arcade, nipote di Licàone, che nulla sapeva della madre. Mentre insegue la selvaggina, sceglie gli anfratti più adatti e circonda con maglie di rete i boschi dell'Erimanto, s'imbatte in sua madre. Quando lo vede, lei s'arresta come se lo riconoscesse; ma Arcade, all'oscuro di tutto, di fronte a quegli occhi che immobili lo fissavano senza sosta, s'impaurisce e arretra; quando poi lei accenna ad avvicinarsi, è lì per trafiggerle il petto con un dardo micidiale. Ma l'Onnipotente l'impedì: rimovendoli entrambi, rimosse il delitto, e sollevatili in aria con un turbine di vento, li pose nel cielo facendone due costellazioni contigue. Scoppiò d'ira Giunone, quando la rivale sfavillò nel firmamento, e discesa nel mare, s'accostò all'argentea Teti e al vecchio Oceano, che incutevano rispetto a tutti gli dei, e quando le chiesero ragione della visita: "Vi domandate perché io, regina degli dei," sbottò, "dalle sedi celesti qui venga? Un'altra sta in cielo al posto mio! Che io menta, se voi, quando la notte avrà oscurato il mondo, non vedrete, a mia offesa, stelle appena assunte agli onori del cielo, nel punto più alto, là, dove l'ultimo cerchio, il più breve, circonda l'estremità dell'asse celeste. E chi vi sarà mai che si trattenga dall'offendere Giunone e tremi d'averla offesa, se premio, io sola, chi vorrei punire? Oh che gran cosa ho fatto! Che straordinaria autorità è la mia! Non la volevo più donna: è diventata una dea! Così io infliggo ai colpevoli le pene, così immenso è il potere mio! Che le ridoni l'aspetto di un tempo, cancellandole quel muso di belva, come già fece con Io, la sorella di Foroneo! E perché mai non ripudia Giunone e non la sposa, mettendola in camera mia e prendendosi Licàone come suocero? Ma voi, se avvertite l'affronto subito da chi avete allevato, respingete dai vostri gorghi azzurri le sette stelle dell'Orsa, bandite una costellazione accolta in cielo a prezzo di uno stupro, così che un'adultera non s'immerga in acque pure!". Gli dei del mare acconsentirono. E Giunone risalì nel cielo limpido sull'agile carro trainato da pavoni screziati,... |